giovedì 18 febbraio 2016
Non digerisco l'insalata
Non digerisco l'insalata....
poveri vegetali... quante volte li sento colpevolizzati dei mali del mondo...
troppe fibre no perchè ho problemi d'intestino, ho i diverticoli infiammati non posso mangiare le lenticchie etc etc
anch'io ricordo che qualche anno fa non digerivo i broccoletti e non parliamo dei cavolfiori...
ricordo la sete estrema dopo la pizza margherita e cosa mi dicevo? E' la cottura del forno a legna...
ma quanto ci mentiamo? Cosa ho mangiato insieme all'insalata o ai broccoletti? Cosa ho mangiato sulla pizza? Proteine animali...
Lo stomaco attiva diversi enzimi per poter digerire diversi cibi e se noi associamo le proteine animali con quelle vegetali deve necessariamente scegliere da quale tipo di digestione partire...
Se mi trovo a fare le pulizie di casa, starò lì a lucidare i pomelli della cucina o smonterò per buttarlo via l'armadio ammuffito e pieno di tarli che mi rovina i panni?
Che domande... lo stomaco si attiva per "smontare" quanto prima possibile le proteine animali e nel frattempo l'insalatina ed i broccoli restano lì in coda ad aspettare il loro turno perdendo per di più, più passa il tempo, i nutrienti che sono molto più adatti a noi.
Oltretutto i cibi di origine vegetale hanno già tutti i "mattoncini" pronti per costruire la nostra "casa-corpo" mentre quelli di origine animale sono dei muretti già fatti ma non adatti a diventare parte di noi così come sono, per cui i "muratori" nel nostro apparato digerente devono distruggere i muretti ed ottenuti i mattoncini provvedere ad utilizzarli.... non vi sembra una fatica inutile?
Ma mi basta un caffè e digerisco tutto... certo... ci sarebbe da scrivere fino a domani di questo....
in realtà il caffè è tossico, non solo non apporta nessun tipo di energia extra o nutriente, ma viene riconosciuto dal corpo come un veleno da eliminare il più in fretta possibile per cui cosa succede quando si beve il caffè? Il sistema digerente riceve il segnale di "svuotare tutto per mandar via il veleno" ed ecco che si ha la sensazione di aver digerito, in realtà si è interrotto qualsiasi genere di assimilazione...
Non è molto più semplice mangiare direttamente i cibi adatti a noi? I mattoncini ricchi di vita che ci danno la frutta e la verdura piuttosto che dei muri che vanno ad appesantirci ed affaticarci?
E' decisamente più utile sfruttare la nostra energia vitale in qualcosa di più divertente :-)
Naturalmente parlo per esperienza diretta: adoro i broccoletti e posso mangiarli digerendoli tranquillamente e la pizza mangiata la sera non mi fa più alzare la notte per andare a bere...
mia mamma non poteva mangiare carciofi senza sentire fastidio alla colecisti poco dopo, per non parlare delle arance e del senso di acidità e gonfiore che le causavano... sparito tutto....
Non raccontatevi più bugie... siate onesti con voi stessi... non è la frutta che vi fa venire il pancione o i legumi che vi fanno venire il mal di pancia...
riscoprite i veri e genuini sapori della cucina vegetale e preparatevi ad avere tanta energia in più da dedicare a quello che più vi piace :-)
con amore
Mary
mercoledì 17 febbraio 2016
Non hai fatto il tagliando?
dalla malasanità si è arrivati a discorsi di controlli e visite... dopo che una di loro ha detto che non faceva una visita ginecologica da un po' di anni le altre si sono prontamente scandalizzate....
"Una volta l'anno ginecologo, dentista e..." non ricordo più la terza ma mi è venuto in mente il tagliando dell'auto, da qui il titolo del post....
Ma siamo seri? Davvero ci siamo ridotti così? Davvero ci serve fare il Tagliando da diversi specialisti con relativi controlli diagnostici (diagnostici non preventivi.... l'italiano è importante... gli esami vedono se c'è o non c'è la malattia non la pre-vengono... Marcello Pamio docet ;-) ) per sentirci sani?
Davvero abbiamo bisogno di qualcuno che ci rigiri come un calzino, e magari vada ad approfondire cose che stanno bene lì dove si trovano, per essere sicuri di essere in salute?
Capisco se non ci si sente bene, si ha qualche sintomo e si sente il bisogno di farsi controllare... non metto bocca su questo perchè ognuno ha il proprio punto di vista, ma questa obbligatorietà dei controlli a scadenza dal meccanico... ops dottore... proprio non la capisco: ma cosa siamo auto?
Il problema fondamentale di questa prassi ormai consolidata è che poi fatte le visite di routine si pensa che si può tornare a casa e riprendere tutte le brutte abitudini di vita dalla tavola al movimento fisico... tanto ho fatto il tagliando ;-)
eh no... non funziona proprio così...
se mi trovo in una vasca piena d'acqua sporca non continuo a tirarne via un bicchiere alla volta ma cerco l'omino che continua a buttarci secchiate sporche e lo fermo in modo pacifico ;-)
al di là degli scherzi mi piace spiegarmi tramite questa metafora perchè credo renda l'idea:
se vado a farmi la pulizia dei denti, per portare un esempio, poi non sono autorizzata a mangiare di tutto o fumare o chissà cos'altro perchè tanto poi me li ripulisco l'anno dopo e pace....
la vera prevenzione si fa a tavola... si smette di mangiare male (si elimina l'omino col secchio pieno d'acqua sporca) ed il nostro corpo ad iniziare dall'intestino smette di essere una vasca putrida...
tutto qui... è talmente semplice da sembrare assurdo ma è così....
smetti di farti riempire la vasca da cibi non cibi, da lamentele, da negatività, emozioni negative e goditi la Salute vera lontana da medici e farmacie :-)
Con Amore
Mary
venerdì 12 febbraio 2016
Intuizioni di una mente distratta
Avete mai fatto caso che le idee più belle vi sono arrivate
quando facevate tutt’altro che cercarle?
Il mio modo preferito è lavare i piatti… sto lì tra un
bicchiere ed una forchetta e zacchete arriva quell’idea che accende la
lampadina e ti chiedi come hai fatto a non pensarci prima….
Oggi mi è capitato mentre facevo lezione di step in palestra:
la mente era tutta concentrata lì tra un salto ed un addominale ed ecco che è
arrivata la chiarezza…. Mi spiego….
Ieri nel giro di pochissimo tempo mi è capitato di sentir
parlare di operazioni, di familiarità nelle malattie, di esami diagnostici etc
da diverse persone…. In altri tempi avrei iniziato a parlare di quanto sia
sbagliato tutto o quasi etc… invece nel tempo ho imparato solo a rimanere
nell’ascolto e non intervenire nelle altrui decisioni….
Nel pomeriggio cercavo di capire il perché di tanti episodi,
che specchio era? Tutto quello che accade fuori di noi viene da dentro di noi: Avevo paura di essere ammalata? Non riuscivo
proprio a capirne il motivo, poi stamattina ecco la Luce…
Avevo bisogno di capire che siamo tutti perfetti così come
siamo…
ultimamente ho messo su un po’ di ciccia e più ci penso più
mi rendo conto che arriva l’autosvalutazione che peggiora le cose ma quando si
entra in certi circoli viziosi è difficile uscirne, non si riesce ad osservare
il problema da fuori ed accettarlo più che respingerlo… il problema è che i
problemi sono come le altalene: se le spingiamo via da noi ci ritornano
indietro… vanno osservati ed accettati e magari ci si fa un giro sopra così
almeno ci divertiamo ad andar su e giù… J
osservavo ragazze in formissima davanti a me ed altre un po’
meno e mi sono detta: “io sono questa qui… ciccia e muscoli… ognuna è perfetta
per quello che è… basta aspirare ad avere il sedere tonico di quella o la
tartaruga di quell’altra per essere felice… le mie morbidezze mi fanno stare
più comoda ;-) “
Tutto questo cosa c’entra con i controlli medici e le
malattie?
La forma fisica come qualsiasi altra caratteristica che
abbiamo è nostra, siamo noi che abbiamo deciso di incarnarci qui in questa
forma e tutto quello che ci arriva abbiamo la facoltà di superarlo e/o di
accettarlo.
Qualsiasi malattia ci arrivi è un messaggio della nostra anima
e solo noi possiamo interpretarlo, capirlo e risolverlo…
certo meglio andare dall’osteopata o dall’omeopata piuttosto
che da un medico tradizionalista ma siamo sempre lì: siamo alla ricerca di
qualcuno che ci faccia interpreti della nostra stessa anima… nessuno può farlo
all’infuori di noi….
Conosco tanti medici in gamba, con la mente aperta e davvero
impegnati ad aiutare le persone, ma l’Unico vero medico di noi stessi siamo
Noi… solo noi possiamo sapere perché ci è venuto quel mal di testa e solo noi
possiamo farcelo passare…
Si ma tu sei fortunata e giovane e non sai cosa significa
ammalarsi sul serio…
Non è vero…. Sono stata anch’io qualche malattia, anche
piuttosto fastidiosa… non ho fatto un errore grammaticale, ho intenzionalmente
usato il verbo essere perché qualsiasi sia la malattia tendiamo a diventarla:
quando mi capitava di avere il mal di testa, diventavo io stessa mal di testa…
non esisteva null’altro al di fuori, ero lì tutta concentrata sul dolore e mi
passava solo quando mi distraevo affidando la mia guarigione alla pasticca…
ora… senza nulla togliere ai progressi della scienza, grazie soprattutto alla
maggiore igiene ed al cibo migliore del passato sono state debellate tante
malattie, ma la pasticca spegne il sintomo, non risolve nulla, anzi spinge
ancor più in profondità il problema che stava cercando di risolvere…
la vera guarigione viene dal nostro profondo e non c’è cura
migliore che affidarsi al nostro splendido sistema di auto guarigione,
agevolandolo con una sana alimentazione ed una vita attiva e felice…
non è andando a farsi visite invasive e controlli diagnostici
che si evita di ammalarsi, semmai è il contrario: il pensiero crea… se mi
convinco che una certa malattia l’ha presa un mio familiare ed è ereditaria
state pur certi che mi ammalerò anch’io e non perché è ereditaria ma perché ho
creduto di doverla avere e lo stesso vale per tutti i controlli…. Con tutti i
mezzi supertecnologici della scienza medica e la sbagliata alimentazione state
pur certi che “chi cerca trova” e seppur non trova scava più a fondo e trova…
La soluzione allora qual è? La mia è essere innanzitutto
Felice e poi ogniqualvolta mi capita qualche piccolo inconveniente che sia
anche un semplice mal di pancia cercare di capire perché è arrivato, cosa mi
vuole dire e serenamente continuare a Vivere lontana da patemi d’animo e timori
di carenze… Tutto questo funziona? Per me sì, ma è la mia opinione ed io ci
credo veramente per cui non ve la consiglio, vi consiglio di rifletterci ed
ascoltarvi un po’ di più e stare ad ascoltare il vostro intuito più profondo: è
quella la chiave J
E’ bene che faccia una precisazione… dalle mie parole si
potrebbe capire male il concetto di malattia: non ci ammaliamo perché vogliamo
ammalarci consciamente… ci ammaliamo perché inconsciamente lo vogliamo o ne
abbiamo bisogno … non basta ripetere: sto bene, sono sana per essere in salute…
bisogna sentirlo nel profondo… e come si fa? Quanto più ci si allinea ai
desideri e la missione della nostra anima più possiamo vivere in salute perché
siamo felici: la nostra anima è in questo corpo per realizzare qualcosa e più
ci opponiamo più cercherà di farcelo capire…
Come si fa a capire qual è la nostra Missione ?
Viviamo nella Gioia e
facciamo tutto ciò che ci rende Felici
Buona e sana vita
Mary
mercoledì 30 dicembre 2015
Prendere il Sole per il massimo dei benefici senza conseguenze negative - by Davide "Moksha"
Con molto piacere ricevo e condivido con voi questa
interessantissima ed illuminante (è il caso di dirlo) testimonianza del caro
amico Davide.
Questa testimonianza non deve essere considerata un parere o
un consiglio medico, perché ovviamente non lo è, ma può essere un importante
spunto di riflessione soprattutto per sfatare alcuni miti sulla presunta
“pericolosità” del Sole.
Come sempre il mio consiglio è di non credere a nessuno, nemmeno
a questo blog , ma di informarsi, approfondire e verificare, perchè solo
l’esperienza in prima persona può generare la vera Consapevolezza di noi stessi
e del mondo intorno a noi.
Felice Vita Consapevole
Salvo
by Davide "Moksha"
Ciao, mi chiamo Davide, ed ho 33 anni. Volevo
condividere con voi la mia esperienza di quest'anno, in cui per la prima volta
ho giovato appieno del Sole in tutta la sua potenzialità, senza uso di creme,
occhiali da sole e senza scottarmi.
Premetto che ho una pelle da sempre molto (ma molto)
bianca, un fenotipo delicato che tende a scottarsi in un attimo non appena il
primo Sole un po' più intenso compare verso la primavera.
Fin da piccolo, ho sempre dovuto proteggermi molto
bene con magliette, creme solari ad alta protezione (gradazione dal 30 al 50),
quindi non potendo quasi mai esporre la pelle "pulita" direttamente
alla luce solare ed in più impiastrandomi con una lista lunghissima di
sostanze, per lo più aberranti, contenute nelle creme (molte delle quali, a
forte sospetto di alto potenziale nocivo). Di solito, dopo l'uso delle creme,
mi si ingrassava ancor di più la pelle e sul viso spesso mi venivano
brufoletti, eccesso sebaceo ecc.
La mia pelle non aveva neanche il tempo di diventare
colorita per la fine dell'estate e quindi anche se solo per un giorno, per poco
tempo, la crema mi si toglieva e rimanevo al sole, la sera la scottatura era
garantita. Ho anche sempre usato gli occhiali da sole: alla fine credevo anche
qui nella (dis) informazione che dilaga, ovvero che i raggi del sole fanno male
agli occhi, che bisogna proteggere con occhiali ecc., ed, in effetti, creando
un'abitudine a portarli, si è sempre più vincolati ad essi e si sviluppa
un'ipersensibilità che poi ci porta a non poterne più fare a meno, neanche
nelle giornate di sole invernali.
Fortunatamente, da quest'anno, anche con progressi che
ho fatto nell'alimentazione (che è passata, in circa 3 anni e mezzo, da
vegetariana, a vegana, a fruttaliana e fruttariana) ed alle nuove informazioni
che sono riuscito a reperire da amici, conferenze e dall'Igienismo Naturale,
sono riuscito ad avere un altro "rapporto" con il nostro Sole.
Ho scoperto che, così come i nostri progenitori e così
come tutti i "primati" e tutti gli animali allo stato naturale, anche
l'uomo, nel suo clima ideale (sub-tropicale - equatoriale) prenderebbe il sole
un po' tutto l'anno e, comunque, riuscirebbe ad abituarsi al sole più caldo
iniziando dalla primavera ad esporsi al sole più gentile, quindi già automaticamente
adottando una gradualità che lo porterebbe ad essere abituato e resistente ai
raggi più intensi dell'estate. Ed ovviamente, senza chimica, senza crema, senza
coprirsi, senza...ombrelloni!
Decisi quindi di approfittare subito dei primi raggi
di sole di marzo, non appena si facevano vedere, cercando di uscire almeno
mezz'oretta dall'ufficio durante la pausa pranzo, andando in una stradina un
po' appartata ed esponendomi direttamente (per le parti che riuscivo a scoprire
"accettate" dalla società del "falso pudore", quindi
faccia, braccia ed un po' le gambe), senza nessuna crema.
Iniziai con 15-20 min di esposizione al flebile sole
di marzo (flebile almeno qui al nord, in Piemonte), per poi pian piano arrivare
anche a circa 30 min, orientativamente nella fascia oraria 14.00-14.30.
Tutto ok: nessun problema e vedevo che la mia pelle,
bianca "smorta" cominciava ad assumere un colorito, diventava più
liscia e iniziava ad aumentare anche la sensazione di buonumore ed energia.
Presi così fiducia e, nelle giornate più calde festive,
mi recavo in un giardino pubblico e mi mettevo in costume a prendere il sole a
corpo intero, prima mezz'ora per lato, poi un'ora, decidendo di quanto
incrementare semplicemente ascoltando il corpo: stando al sole non più del tempo
che fa arrivare un leggerissimo arrossamento "sano", senza mai
arrivare al limite della scottatura, ed incrementando solo quando la pelle è
diventata scura a sufficienza per non dare più questo sintomo.
Via via che i mesi passavano, vedevo che le mie energie
aumentavano, assieme al buonumore ed alla voglia di stare all'aperto, al sole,
di fare attività fisica.
Inoltre, prendendo il sole, anche il senso della fame
(spesso falsa perché solo emotiva) si riduceva, come se i raggi solari mi
ricaricassero come una pila!
Riguardo alla fascia oraria in cui prendevo il sole,
dopo aver seguito alcune conferenze ed interviste di esperti, scelsi quella a
cavallo delle ore più calde (11.30-15.30 circa). Al contrario di come
attualmente la medicina istituzionalizzata (e quindi l'immaginario collettivo)
divulga, per beneficiare della produzione della vitamina D da parte del sole,
occorre prenderlo nelle ore più calde, in quanto i raggi UVB, responsabili
della produzione della vitamina, sono onde elettromagnetiche a corta lunghezza
d'onda, quindi riescono a raggiungerci solo quando il sole è piuttosto a
perpendicolo rispetto alla superficie terrestre.
In realtà, anche la medicina istituzionalizzata, fino
a circa 100 anni fa, ha sempre usato i bagni solari in fasce calde della
giornata come cura per molti problemi (debolezza, rachitismo, problemi alla
pelle, disturbi psicologici come depressione, ecc.), poi, un po' per allarmismo
e scarsa informazione sul come prendere il sole con cautela, un po' per motivi
culturali, un po' per interessi economici a vendere prodotti cosmetici (i
quali, a loro volta, essendo nocivi loro stessi ed impedendo di assumere
direttamente la benefica vitamina D, alimentano indirettamente anche
l'industria del farmaco), i bagni solari caddero in disuso e la disinformazione
dilagò (ora, in tv e ovunque vi sia un medico che dà consigli, si sente
l'opposto: prendere il sole con protezione ed evitarlo nelle ore più calde!).
Oltre al fatto che la maggior parte delle persone non vive in climi specifici per
la nostra specie, anche questa disinformazione contribuisce a far rimanere
molto bassi i livelli del sangue di vitamina D nella media della popolazione,
soprattutto nei paesi più nordici, dove vi è ancor più carenza solare, sia come
ore di luce che come intensità dei raggi.
Come ho già detto, le ore più calde sono, sì, anche
quelle dove c'è più rischio di scottatura, ma proteggendo bene la testa, con un
cappellino, ed abituando la pelle (e la mia è sempre stata bianchissima!) prima
per pochi minuti, senza troppo arrossarsi, poi aumentando il tempo
d'esposizione, si può arrivare a prendere il sole nelle ore più calde anche 1h
per lato del corpo senza avvertire disturbi e facendo un pieno di vitamina D,
la quale ci aiuterà a prevenire tante malattie ed a regalarci quella vitalità,
quel buonumore e quella forza che, spesso, lontani dal nostro ambiente naturale
sub-tropicale, ci hanno fatto dimenticare.
Personalmente, ho anche verificato i livelli di
vitamina D nel mio sangue, ed essi, grazie a queste tecniche, si sono
assestati, senza uso di integratori, agli stessi livelli di quando ne assumevo.
Queste informazioni, assieme ai benefici della
vitamina D e la sua importanza nella prevenzione delle malattie, si possono
trovare in questa intervista alla Dott.ssa Debora Rasio https://www.youtube.com/watch?v=Sf8_R_ScBhE
oppure anche in questa altra intervista https://www.youtube.com/watch?v=-89uGl2D5IE
Quando possibile, al mattino presto, sennò con gli
occhi semichiusi o non guardandolo direttamente, faccio anche Sungazing, ovvero
l'osservazione del sole. Avevo letto degli incredibili benefici che questa
tecnica può portare, se fatta con le dovute cautele. Dev'essere graduale, pochi
secondi e poi chiudere gli occhi, e non guardando direttamente il disco solare,
oppure guardandolo solo all'alba o al tramonto, altrimenti si rischia, sì, di
procurare danni seri. Sentii grande riconnessione ancor più profonda con il
Sole che per tutta la vita mi ero quasi sempre negato nella sua fruizione
appieno, sentivo che la luce mi rinvigoriva, mi faceva uscire dal letargo delle
stagioni fredde e aiutava a ristorare il mio cuore anche dalle brutte giornate,
contribuendo a restituirmi le energie perse ed il buonumore, la voglia di
essere attivo e vitale. Per giovarne, è molto utile anche non usare occhiali da
sole: ne ero quasi dipendente, non potevo farne a meno neanche d'inverno, ma
abituandomi, riuscii proprio a non sentirne più il bisogno, perché gli occhi ed
il corpo vogliono in realtà riceverla questa luce a loro tanto necessaria e,
dopo un po' che si riesce a fare a meno degli occhiali da sole, si sente
proprio la necessità a farsi permeare appieno da questa energia, stando
all'aperto e cercando di guardare, con le giuste cautele, tutta questa luce.
Se stiamo troppo al buio, o non facciamo entrare negli
occhi sufficiente luce, è come se comunicassimo al corpo che siamo in una
stagione buia, fredda, quasi come se incentivassimo un "letargo", con
tutti i suoi sintomi, quali senso si stanchezza, svogliatezza, ecc. , con
possibile rallentamento anomalo del metabolismo e causando, talvolta, anche
disturbi dell'umore. Tutti noi conosciamo, infatti, gli effetti metereopatici
che, spesso, ci fanno sentire tristi nelle giornate uggiose o comunque, quando
c'è carenza di luce, ed invece più pimpanti nelle belle giornate. In generale,
come è giusto che sia in natura, la luce stimola la veglia, mentre l'oscurità
stimola il sonno ed il riposo. Se noi, anche di giorno, ci copriamo gli occhi,
è come se simulassimo un crepuscolo perenne, portando il corpo ad alterare i
propri bioritmi in modo non naturale e quindi poi, magari, avendo bisogno di
più ore di sonno del normale o, forse peggio, di cibi e bevande stimolanti (per
non parlare di farmaci), per ripristinare le prestazioni che la natura ci
darebbe spontaneamente.
L'occhio è la porta, l'unica trasparente, attraverso
la quale i raggi del sole possono raggiungere e irradiare direttamente il
sangue. Tutto il flusso sanguigno del nostro corpo, in circa due ore,
attraversa i nostri occhi: se quindi stiamo alla luce, cerchiamo (con gli
accorgimenti di sicurezza e prudenza sopra menzionati) di abituarci a, quando è
possibile, osservare il sole, oppure a puntare lo sguardo un po' più in basso
del disco solare e tenere gli occhi semiaperti, i raggi del sole arriveranno a
permeare tutto il nostro sangue e linfa, donandoci la produzione di altra
vitamina D, purificando la circolazione, stimolando la naturale vitalità e
forza dell'organismo, tipiche delle stagioni calde, dove il clima diventa più
simile a quello specifico per la nostra specie, apportando benefici anche alla
sfera psicologica e spirituale. Vi sarà un senso di benessere e rinascita.
Anche il Sungazing è una pratica molto antica, citata già, ad esempio, negli
antichi testi dello Yoga (Trataka: fissazione dello sguardo in un punto, anche
luminoso, come il sole mattutino e serale) e praticata da millenni. Potete
cercare su internet dove vi sono moltissimi articoli, ai quali vi invito di
riferirvi per ulteriori dettagli su questa pratica e sui suoi benefici.
Questa è stata la mia esperienza di, per così dire,
"riconnessione col Sole", che se posso ripeto anche nelle stagioni
più fredde, durante le passeggiate in cui cerco di esporre viso e braccia al
Sole e cercando anche di guardarlo, magari non direttamente, oppure quando è un
poco velato da una nuvola ed è possibile tenere lo sguardo fisso.
Sento che il pieno di vitalità e vitamine che ho
potuto avere quest'estate mi accompagnerà fino alla prossima bella stagione ed
è come se quel Sole caldo permanesse dentro, mantenendo quella forza e carica
che tanto sono a noi necessarie per giungere a quel Ben-Essere costante e
duraturo, che magari ci siamo un po' dimenticati, ma al quale tutti possiamo di
nuovo attingere.
Davide
lunedì 14 dicembre 2015
Kamut: un mito da sfatare
Ha buone proprietà
nutrizionali ed è eccellente per la pastificazione, ma non è stato
"risvegliato" da una tomba egizia e non è adatto ai celiaci. Inoltre
viene coltivato e venduto in regime di monopolio, ha un costo eccessivo e una
pesante impronta ecologica.
Luci e ombre sul Kamut - o meglio, del Khorasan: un
tipo di frumento che tra l'altro abbiamo anche in Italia.
"Kamut" non è il nome di un grano, ma il marchio commerciale (come "Mulino Bianco" o "McDonald's") che la società Kamut International ltd ha posto su una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, coltivata e venduta in regime di monopolio e famoso in tutto il mondo grazie a un'operazione di marketing senza precedenti.
C'è chi chiama questa varietà anche "grano del faraone", perchè si racconta che i suoi semi sono stati ritrovati intorno alla metà dello scorso secolo in una tomba egizia e inviati nel Montana, dove dopo migliaia di anni sono stati "risvegliati" e moltiplicati.
Il marketing decisamente efficace che è alla base del successo del Kamut ha fatto leva su tre aspetti: la suggestiva leggenda del suo ritrovamento, l'attribuzione di eccezionali qualità nutrizionali e una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine. Parliamone.
Il Frumento orientale o grano grosso o Khorasan - lo chiamiamo con il suo nome tramandato, comune e «pubblico», mentre Kamut è un nome di fantasia registrato - è una specie (Triticum turgidum subsp. turanicum) appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro: presenta un culmo (fusto) alto anche 180 cm; ha la cariosside (chicco) nuda e molto lunga, più di quella di qualunque altro frumento; è originario della fascia compresa tra l'Anatolia e l'Altopiano iranico (Khorasan è il nome di una regione dell'Iran); nel corso dei secoli si è diffuso sulle sponde del Mediterraneo orientale, dove in aziende di piccola scala è sopravvissuto all'espansione del frumento duro e tenero.
L'invenzione commerciale del ritrovamento
Dunque, per trovare il Khorasan in Egitto non era (e non è) davvero necessario scomodare le tombe dei faraoni; senza contare che un tipo di Khorasan era (e, marginalmente ancora è) coltivato anche tra Lucania, Sannio e Abruzzo: è la Saragolla, da non confondere con una omonima varietà migliorata di frumento duro ottenuta da incrocio e registrata nel 2004 dalla Società Produttori Sementi di Bologna. Inoltre non bisogna dimenticare che la germinabilità del frumento decade dopo pochi decenni, per quanto ideali siano le condizioni di conservazione. Tutto questo porta a riconoscere nella storia del presunto ritrovamento del Khorasan/Kamut solo una fantasiosa invenzione commerciale, elaborata per stimolare il desiderio di qualcosa di puro, antico ed esotico. E, a onore del vero, anche la stessa K.Int. ha preso le distanze dalla leggenda che, peraltro, ormai non ha più bisogno di essere incoraggiata.
Dai dati oggi disponibili, di fonte pubblica e privata, tra gli elementi di maggiore caratterizzazione del Khorasan ci sono un elevato contenuto proteico, in generale superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buoni valori di beta-carotene e selenio; per le altre componenti qualitative e nutrizionali non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri frumenti (vedi tabella 1 in fondo all'articolo).
Glutine: non ne è né privo né povero
Bisogna, infine, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l'alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo, né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri e a numerose varietà di frumento duro (vedi tabella 2 in fondo all'articolo).
Detto ciò, il Khorasan è certamente un frumento rustico, con ampia adattabilità ambientale, eccellente per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a processi di miglioramento genetico o a una pressione selettiva troppo spinta, non ha un glutine tenace e di tenore elevato, e proprio per questo motivo pare che sia più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia: ma questo è proprio ciò che si può dire anche dei farri e delle «antiche» varietà locali di frumento duro e tenero. Se la sua coltivazione è biologica (come permette la sua rusticità e come, per i propri prodotti, assicura il disciplinare del marchio Kamut), si può dire che senz'altro è un prodotto salutare, senza però scadere in esagerazioni né in forzature incoraggiate dalla moda e dal marketing del salutismo.
Costi elevati, per il portafoglio e per il Pianeta
Restano ancora tre aspetti che gettano un'ombra sul prodotto a marchio Kamut (ma non sul Khorasan!):
• il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;
• il costo eccessivo del prodotto finito (dall'80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico), poco giustificabile a sostanziale parità di valori qualitativi e nutrizionali, dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso e ai costi di propaganda, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell'eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute;
• la pesante impronta ecologica legata allo spostamento di un prodotto perlopiù coltivato dall'altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la filosofia della decrescita e con l'attenzione al consumo locale, fatto se possibile a «chilometri zero».
Note:
Per i dati riferiti in questo articolo, sono stati consultati i siti dell'Associazione Italiana Celiachia (www.celiachia.it), dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (www.inran.it), della Kamut International (www.kamut.com), dell'United States Department of Agricolture (www.usda.gov), dell'Institute Scientifique de Recherche Agronomique (http://grain.jouy.inra.fr), l'articolo di A. R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone, «Composition of whole and refined meals of Kamut under southern Italian conditions» su Chemical Engineering Transactions,
2009, vol.17: 891-896.
Articolo tratto dall'arretrato del mensile Terra Nuova Marzo 2010 disponibile nella versione eBook.
"Kamut" non è il nome di un grano, ma il marchio commerciale (come "Mulino Bianco" o "McDonald's") che la società Kamut International ltd ha posto su una varietà di frumento registrata negli Stati Uniti con la sigla QK-77, coltivata e venduta in regime di monopolio e famoso in tutto il mondo grazie a un'operazione di marketing senza precedenti.
C'è chi chiama questa varietà anche "grano del faraone", perchè si racconta che i suoi semi sono stati ritrovati intorno alla metà dello scorso secolo in una tomba egizia e inviati nel Montana, dove dopo migliaia di anni sono stati "risvegliati" e moltiplicati.
Il marketing decisamente efficace che è alla base del successo del Kamut ha fatto leva su tre aspetti: la suggestiva leggenda del suo ritrovamento, l'attribuzione di eccezionali qualità nutrizionali e una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine. Parliamone.
Il Frumento orientale o grano grosso o Khorasan - lo chiamiamo con il suo nome tramandato, comune e «pubblico», mentre Kamut è un nome di fantasia registrato - è una specie (Triticum turgidum subsp. turanicum) appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro: presenta un culmo (fusto) alto anche 180 cm; ha la cariosside (chicco) nuda e molto lunga, più di quella di qualunque altro frumento; è originario della fascia compresa tra l'Anatolia e l'Altopiano iranico (Khorasan è il nome di una regione dell'Iran); nel corso dei secoli si è diffuso sulle sponde del Mediterraneo orientale, dove in aziende di piccola scala è sopravvissuto all'espansione del frumento duro e tenero.
L'invenzione commerciale del ritrovamento
Dunque, per trovare il Khorasan in Egitto non era (e non è) davvero necessario scomodare le tombe dei faraoni; senza contare che un tipo di Khorasan era (e, marginalmente ancora è) coltivato anche tra Lucania, Sannio e Abruzzo: è la Saragolla, da non confondere con una omonima varietà migliorata di frumento duro ottenuta da incrocio e registrata nel 2004 dalla Società Produttori Sementi di Bologna. Inoltre non bisogna dimenticare che la germinabilità del frumento decade dopo pochi decenni, per quanto ideali siano le condizioni di conservazione. Tutto questo porta a riconoscere nella storia del presunto ritrovamento del Khorasan/Kamut solo una fantasiosa invenzione commerciale, elaborata per stimolare il desiderio di qualcosa di puro, antico ed esotico. E, a onore del vero, anche la stessa K.Int. ha preso le distanze dalla leggenda che, peraltro, ormai non ha più bisogno di essere incoraggiata.
Dai dati oggi disponibili, di fonte pubblica e privata, tra gli elementi di maggiore caratterizzazione del Khorasan ci sono un elevato contenuto proteico, in generale superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buoni valori di beta-carotene e selenio; per le altre componenti qualitative e nutrizionali non ci sono differenze sostanziali rispetto agli altri frumenti (vedi tabella 1 in fondo all'articolo).
Glutine: non ne è né privo né povero
Bisogna, infine, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l'alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo, né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri e a numerose varietà di frumento duro (vedi tabella 2 in fondo all'articolo).
Detto ciò, il Khorasan è certamente un frumento rustico, con ampia adattabilità ambientale, eccellente per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a processi di miglioramento genetico o a una pressione selettiva troppo spinta, non ha un glutine tenace e di tenore elevato, e proprio per questo motivo pare che sia più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia: ma questo è proprio ciò che si può dire anche dei farri e delle «antiche» varietà locali di frumento duro e tenero. Se la sua coltivazione è biologica (come permette la sua rusticità e come, per i propri prodotti, assicura il disciplinare del marchio Kamut), si può dire che senz'altro è un prodotto salutare, senza però scadere in esagerazioni né in forzature incoraggiate dalla moda e dal marketing del salutismo.
Costi elevati, per il portafoglio e per il Pianeta
Restano ancora tre aspetti che gettano un'ombra sul prodotto a marchio Kamut (ma non sul Khorasan!):
• il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;
• il costo eccessivo del prodotto finito (dall'80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico), poco giustificabile a sostanziale parità di valori qualitativi e nutrizionali, dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso e ai costi di propaganda, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell'eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute;
• la pesante impronta ecologica legata allo spostamento di un prodotto perlopiù coltivato dall'altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la filosofia della decrescita e con l'attenzione al consumo locale, fatto se possibile a «chilometri zero».
Note:
Per i dati riferiti in questo articolo, sono stati consultati i siti dell'Associazione Italiana Celiachia (www.celiachia.it), dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (www.inran.it), della Kamut International (www.kamut.com), dell'United States Department of Agricolture (www.usda.gov), dell'Institute Scientifique de Recherche Agronomique (http://grain.jouy.inra.fr), l'articolo di A. R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone, «Composition of whole and refined meals of Kamut under southern Italian conditions» su Chemical Engineering Transactions,
2009, vol.17: 891-896.
Articolo tratto dall'arretrato del mensile Terra Nuova Marzo 2010 disponibile nella versione eBook.
Vedere anche: Kamut®: benefici, usi e miti da sfatare - GreenMe.it
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